L’INNOVAZIONE PER LA BANCA D’ITALIA

Dall’avvio della crisi dei debiti sovrani il peso di questi settori da noi si è ridotto, in controtendenza rispetto alla media europea. Ma per la stessa sostenibilità dello sviluppo economico e sociale, e per non compromettere gli equilibri ambientali, non si può fare a meno di investire in tecnologie avanzate ed ecocompatibili.
Il divario rispetto al resto dell’Unione riguarda quasi tutte le finalità per cui le imprese possono adottare tecnologie innovative; il ritardo nell’automazione della produzione è marcato rispetto ai paesi con una specializzazione settoriale simile alla nostra, come la Germania.
Lo sviluppo delle reti di telecomunicazione di nuova generazione resta limitato. Il ruolo di traino svolto dall’amministrazione pubblica nell’introduzione delle nuove tecnologie è contenuto: l’indice di sviluppo dei servizi pubblici digitali elaborato dalla Commissione europea pone l’Italia al 19º posto nell’Unione. A rallentare la diffusione dell’economia digitale ha contribuito una struttura produttiva frammentata, in grande parte composta da aziende piccole, con un alto grado di sovrapposizione tra proprietà e gestione, poco aperte a innesti esterni di capitale, tecnologia e professionalità. Nel 2017 meno di un quinto delle imprese con un numero di addetti compreso tra 20 e 49 aveva adottato almeno una tecnologia avanzata (come le applicazioni della robotica e dell’intelligenza artificiale); la quota sale a un terzo tra le imprese medie e supera la metà per quelle con 250 addetti o più. Il divario tra imprese piccole e grandi si amplia al crescere del grado di complessità delle tecnologie considerate.
La frammentazione della struttura produttiva si riflette negativamente sulla capacità innovativa delle imprese: la spesa per ricerca e sviluppo del settore privato era pari nel 2017 allo 0,8 per cento del PIL, meno della metà di quella media dei paesi dell’OCSE. È bassa anche quella pubblica (0,5 contro 0,7 per cento).
L’incidenza sul PIL delle risorse dedicate al sistema universitario, poco meno dell’1 per cento, è di circa un terzo inferiore alla media dell’OCSE. Negli anni più recenti sono stati introdotti incentivi a sostegno degli investimenti, della ricerca e sviluppo e della nascita di imprese innovative. Le misure si sono dimostrate complessivamente efficaci. Alcuni di questi incentivi Considerazioni finali del Governatore  sono stati confermati con l’ultima legge di bilancio o con il “decreto crescita” lo scorso aprile, con rimodulazioni soprattutto a favore delle imprese piccole e medie. L’efficacia della politica industriale richiede un quadro normativo stabile e in grado di facilitare il cambiamento in tutta l’economia.
Il limitato investimento nell’innovazione si accompagna a un livello di conoscenze e competenze di studenti e adulti italiani anch’esso basso nel confronto internazionale; si tratta di ritardi che si influenzano reciprocamente, in un circolo vizioso che va invertito. Investimenti in formazione che abbraccino l’intera vita lavorativa sono necessari anche per evitare il rischio che con la diffusione delle nuove tecnologie, e con la conseguente minore domanda di lavoro per le attività che più risentono dell’affermarsi dell’automazione e della digitalizzazione, aumentino le disuguaglianze di reddito e di opportunità e si riduca l’occupazione.

INDICE DI DIGITALIZZAZIONE DELL’ECONOMIA E DELLA SOCIETÀ ITALIANA